Cose che si portano in viaggio (Durán)

In questo caso il titolo mi ha attirato come una calamita e sono stata assorbita da questa storia ambientata nella Berlino dell’Est prima della caduta del muro, giornate scandite da lunghe code davanti ai negozi per fare la spesa (vi ricorda niente?), sogni di una vita diversa al di là di quella barriera, alimentati da canzoni arrivate sottobanco e ascoltate fino alla nausea, vestiti immaginati come simbolo di libertà che poi improvvisamente arriva, ma non è come era stata immaginata!

“Vista dal di fuori, ero la stessa Katia di sempre che andava a lezione all’università. Ma sotto il cappotto, molti più strati di quelli che mettevo di solito per sopportare il freddo. E più rumore. Molto di più. Nella borsa che portai con me, la stilografica di nichel, il berretto russo, nol lo voglio più questo berretto, mi fa sentire molto anziana, aveva detto mamma, il distintivo del PCE che avevo rubato e una mela..”

“Piansi la mia morte di mio padre, al di là del muro, in completa solitudine, per anni. Quando qualcuno muore senza un funerale o una tomba, il lutto degli estranei dura ancora meno del solito. Chi non ha ricordi e non è stato davanti al corpo vuoto di espressione dimentica immediatamente che sei tu la figlia che aveva un padre, un uomo con un sogno, forse più di uno, pieno di passione e di rabbia, un uomo perennemente trafitto dall’assurda nostalgia di un posto che non esisteva più da nessuna parte..”

“Quante volte possono scontrarsi frontalmente due treni? Quante volte, perché una delle locomotive dica non ce la faccio più, se ci scontriamo ancora in me non resterà più niente contro cui potrai andare a sbattere? Perché c’era sempre qualcosa, dentro, nella pancia, nel cuore, lì a dirmi che io ormai avevo fatto la mia scelta, che avevo puntato tutto quello che avevo, destabilizzando la vita mia e la vita di quelli che mi volevano bene. E dunque questo sarebbe stato il mio castigo. Vivere senza terra. Come aveva fatto mia madre.”

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